Il fascino spietato dell’U.S. Open

dal mito di Oakmont alla redenzione di J.J. Spaun
dal mito di Oakmont alla redenzione di J.J. Spaun
dal mito di Oakmont alla redenzione di J.J. Spaun
C'è un motivo se l’U.S. Open è soprannominato "Il test più duro del golf". Non è solo una questione di unghezza dei percorsi o di fairway stretti come corridoi; è una pressione psicologica che logora anche i campioni più algidi. Vincere questo Major non significa semplicemente giocare bene a golf, significa opravvivere. L’edizione del 2025, andata in scena sull'iconico e proibitivo percorso dell'Oakmont Country Club in Pennsylvania, ha condensato in quattro giorni tutta l’essenza di questo torneo: una sofferenza infinita, i favoriti crollati uno dopo l'altro e, alla fine, la redenzione inaspettata di un outsider. Per capire l'impresa firmata da J.J. Spaun, bisogna però fare un passo indietro e immergersi nella storia di un torneo che, dal 1895, plasma la leggenda di questo sport. Un secolo di gloria e fango: la storia del Major democratico Nato come un evento quasi di contorno a un torneo amatoriale sul percorso a nove buche del Newport Golf Club, l’U.S. Open ha impiegato pochissimo tempo a diventare un gigante. Se il Masters è l'esclusività e 'Open Championship è la tradizione scozzese, l’U.S. Open è lo specchio dell'anima americana: duro, meritocratico e, soprattutto, democratico. Sì, perché a differenza di altri Major, l’U.S. Open è davvero "aperto". Chiunque abbia un handicap inferiore a 1.4 può sognare, iscrivendosi alle massime qualificazioni locali e regionali per guadagnarsi un posto sul tee della buca 1 insieme a Scottie Scheffler o Rory McIlroy. Una transizione che negli anni ha regalato storie leggendarie, come l’incredibile vittoria dell’amatore Francis Ouimet nel 1913, che cambiò per sempre la percezione del golf negli Stati Uniti. Nel corso dei decenni, la USGA (United States Golf Association) ha affinato una precisa filosofia per questo torneo: il par deve essere protetto a ogni costo. Green duri come il cemento, rough alti e fitti in cui e palline svaniscono, posizioni delle bandiere ai limiti della fisica. Campioni leggendari come Ben Hogan, Bobby Jones, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno cementato i propri miti vincendo questo trofeo (tutti e quattro condividono il record di 4 vittorie), dimostrando che per sollevare il U.S. Open Trophy serve prima di tutto una resilienza d'acciaio. Il miracolo di Oakmont: la redenzione di J.J. Spaun Ed è proprio la resilienza la chiave per decifrare il trionfo del 2025. Quando il field è arrivato a Oakmont, tutti sapevano che sarebbe stata una carneficina sportiva. Ma nessuno avrebbe scommesso un solo dollaro su John Michael "J.J." Spaun Jr. A 34 anni, il californiano di Los Angeles era il classico giocatore di scuderia del PGA Tour: solido, rispettato, ma quasi mai sotto la luce dei riflettori. Dopo la sua prima vittoria nel 2022 al Valero Texas Open, la sua carriera era entrata in una fase calante, fatta di tagli mancati, swing smarriti e una fiducia che faticava a ritrovare stabilità. Prima del 2025, in tredici anni di professionismo, Spaun era riuscito a qualificarsi per l’U.S. Open una sola volta in tutta la sua vita. Eppure, il 2025 aveva iniziato a mandare segnali strani: ottimi piazzamenti nei primi mesi, un secondo posto amaro al The Players perso solo al playoff contro McIlroy. La forma c’era, ma un Major sembrava un pianeta troppo lontano. Domenica 15 giugno 2025, a Oakmont, è andato in scena un dramma shakespeariano. Sotto una pioggia battente che ha reso il campo un inferno viscido, Spaun è partito con un solo colpo di svantaggio, ma l'inizio della sua domenica è stato un incubo: cinque bogey nelle prime sei buche. Un parziale di 40 colpi sulle prime nove che avrebbe affondato chiunque. A quel punto, una sospensione per pioggia di oltre un'ora e mezza ha resettato tutto. Al rientro in campo, è iniziato un altro torneo. Mentre i big come Scheffler e Rahm scivolavano indietro, Spaun ha iniziato a scalare la montagna: quattro birdie fondamentali sulle seconde nove e una magia d'antologia al par 4 della buca 17. Con un driver spregiudicato direttamente in green su una buca da 287 metri, J.J. ha timbrato il birdie del sorpasso. Alla 18, sotto gli occhi del norvegese Viktor Hovland e con il fiato sul collo dello scozzese Robert MacIntyre, ha infilato il putt più lungo e pesante della sua vita. Il verdetto finale ha rasentato l'assurdo: Spaun ha vinto con un punteggio totale di 279 colpi, ovvero -1 sul par. In un'epoca di bombardieri che chiudono i tornei a -20, J.J. Spaun è stato l’unico giocatore in tutto il field a terminare il torneo sotto par. Dal 2003 non si vedeva un giocatore vincere un Major dopo aver girato in 40 colpi nelle prime nove dell'ultimo round. Una vittoria di pura pancia, fango e determinazione. Oggi puoi giocare tutti i Major insieme a noi di Tee Up e vivere le emozioni dei grandi campioni. Scegli la modalità a te più funzionale. Ti aspettiamo!
C'è un motivo se l’U.S. Open è soprannominato "Il test più duro del golf". Non è solo una questione di unghezza dei percorsi o di fairway stretti come corridoi; è una pressione psicologica che logora anche i campioni più algidi. Vincere questo Major non significa semplicemente giocare bene a golf, significa opravvivere. L’edizione del 2025, andata in scena sull'iconico e proibitivo percorso dell'Oakmont Country Club in Pennsylvania, ha condensato in quattro giorni tutta l’essenza di questo torneo: una sofferenza infinita, i favoriti crollati uno dopo l'altro e, alla fine, la redenzione inaspettata di un outsider. Per capire l'impresa firmata da J.J. Spaun, bisogna però fare un passo indietro e immergersi nella storia di un torneo che, dal 1895, plasma la leggenda di questo sport. Un secolo di gloria e fango: la storia del Major democratico Nato come un evento quasi di contorno a un torneo amatoriale sul percorso a nove buche del Newport Golf Club, l’U.S. Open ha impiegato pochissimo tempo a diventare un gigante. Se il Masters è l'esclusività e 'Open Championship è la tradizione scozzese, l’U.S. Open è lo specchio dell'anima americana: duro, meritocratico e, soprattutto, democratico. Sì, perché a differenza di altri Major, l’U.S. Open è davvero "aperto". Chiunque abbia un handicap inferiore a 1.4 può sognare, iscrivendosi alle massime qualificazioni locali e regionali per guadagnarsi un posto sul tee della buca 1 insieme a Scottie Scheffler o Rory McIlroy. Una transizione che negli anni ha regalato storie leggendarie, come l’incredibile vittoria dell’amatore Francis Ouimet nel 1913, che cambiò per sempre la percezione del golf negli Stati Uniti. Nel corso dei decenni, la USGA (United States Golf Association) ha affinato una precisa filosofia per questo torneo: il par deve essere protetto a ogni costo. Green duri come il cemento, rough alti e fitti in cui e palline svaniscono, posizioni delle bandiere ai limiti della fisica. Campioni leggendari come Ben Hogan, Bobby Jones, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno cementato i propri miti vincendo questo trofeo (tutti e quattro condividono il record di 4 vittorie), dimostrando che per sollevare il U.S. Open Trophy serve prima di tutto una resilienza d'acciaio. Il miracolo di Oakmont: la redenzione di J.J. Spaun Ed è proprio la resilienza la chiave per decifrare il trionfo del 2025. Quando il field è arrivato a Oakmont, tutti sapevano che sarebbe stata una carneficina sportiva. Ma nessuno avrebbe scommesso un solo dollaro su John Michael "J.J." Spaun Jr. A 34 anni, il californiano di Los Angeles era il classico giocatore di scuderia del PGA Tour: solido, rispettato, ma quasi mai sotto la luce dei riflettori. Dopo la sua prima vittoria nel 2022 al Valero Texas Open, la sua carriera era entrata in una fase calante, fatta di tagli mancati, swing smarriti e una fiducia che faticava a ritrovare stabilità. Prima del 2025, in tredici anni di professionismo, Spaun era riuscito a qualificarsi per l’U.S. Open una sola volta in tutta la sua vita. Eppure, il 2025 aveva iniziato a mandare segnali strani: ottimi piazzamenti nei primi mesi, un secondo posto amaro al The Players perso solo al playoff contro McIlroy. La forma c’era, ma un Major sembrava un pianeta troppo lontano. Domenica 15 giugno 2025, a Oakmont, è andato in scena un dramma shakespeariano. Sotto una pioggia battente che ha reso il campo un inferno viscido, Spaun è partito con un solo colpo di svantaggio, ma l'inizio della sua domenica è stato un incubo: cinque bogey nelle prime sei buche. Un parziale di 40 colpi sulle prime nove che avrebbe affondato chiunque. A quel punto, una sospensione per pioggia di oltre un'ora e mezza ha resettato tutto. Al rientro in campo, è iniziato un altro torneo. Mentre i big come Scheffler e Rahm scivolavano indietro, Spaun ha iniziato a scalare la montagna: quattro birdie fondamentali sulle seconde nove e una magia d'antologia al par 4 della buca 17. Con un driver spregiudicato direttamente in green su una buca da 287 metri, J.J. ha timbrato il birdie del sorpasso. Alla 18, sotto gli occhi del norvegese Viktor Hovland e con il fiato sul collo dello scozzese Robert MacIntyre, ha infilato il putt più lungo e pesante della sua vita. Il verdetto finale ha rasentato l'assurdo: Spaun ha vinto con un punteggio totale di 279 colpi, ovvero -1 sul par. In un'epoca di bombardieri che chiudono i tornei a -20, J.J. Spaun è stato l’unico giocatore in tutto il field a terminare il torneo sotto par. Dal 2003 non si vedeva un giocatore vincere un Major dopo aver girato in 40 colpi nelle prime nove dell'ultimo round. Una vittoria di pura pancia, fango e determinazione. Oggi puoi giocare tutti i Major insieme a noi di Tee Up e vivere le emozioni dei grandi campioni. Scegli la modalità a te più funzionale. Ti aspettiamo!
C'è un motivo se l’U.S. Open è soprannominato "Il test più duro del golf". Non è solo una questione di unghezza dei percorsi o di fairway stretti come corridoi; è una pressione psicologica che logora anche i campioni più algidi. Vincere questo Major non significa semplicemente giocare bene a golf, significa opravvivere. L’edizione del 2025, andata in scena sull'iconico e proibitivo percorso dell'Oakmont Country Club in Pennsylvania, ha condensato in quattro giorni tutta l’essenza di questo torneo: una sofferenza infinita, i favoriti crollati uno dopo l'altro e, alla fine, la redenzione inaspettata di un outsider. Per capire l'impresa firmata da J.J. Spaun, bisogna però fare un passo indietro e immergersi nella storia di un torneo che, dal 1895, plasma la leggenda di questo sport. Un secolo di gloria e fango: la storia del Major democratico Nato come un evento quasi di contorno a un torneo amatoriale sul percorso a nove buche del Newport Golf Club, l’U.S. Open ha impiegato pochissimo tempo a diventare un gigante. Se il Masters è l'esclusività e 'Open Championship è la tradizione scozzese, l’U.S. Open è lo specchio dell'anima americana: duro, meritocratico e, soprattutto, democratico. Sì, perché a differenza di altri Major, l’U.S. Open è davvero "aperto". Chiunque abbia un handicap inferiore a 1.4 può sognare, iscrivendosi alle massime qualificazioni locali e regionali per guadagnarsi un posto sul tee della buca 1 insieme a Scottie Scheffler o Rory McIlroy. Una transizione che negli anni ha regalato storie leggendarie, come l’incredibile vittoria dell’amatore Francis Ouimet nel 1913, che cambiò per sempre la percezione del golf negli Stati Uniti. Nel corso dei decenni, la USGA (United States Golf Association) ha affinato una precisa filosofia per questo torneo: il par deve essere protetto a ogni costo. Green duri come il cemento, rough alti e fitti in cui e palline svaniscono, posizioni delle bandiere ai limiti della fisica. Campioni leggendari come Ben Hogan, Bobby Jones, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno cementato i propri miti vincendo questo trofeo (tutti e quattro condividono il record di 4 vittorie), dimostrando che per sollevare il U.S. Open Trophy serve prima di tutto una resilienza d'acciaio. Il miracolo di Oakmont: la redenzione di J.J. Spaun Ed è proprio la resilienza la chiave per decifrare il trionfo del 2025. Quando il field è arrivato a Oakmont, tutti sapevano che sarebbe stata una carneficina sportiva. Ma nessuno avrebbe scommesso un solo dollaro su John Michael "J.J." Spaun Jr. A 34 anni, il californiano di Los Angeles era il classico giocatore di scuderia del PGA Tour: solido, rispettato, ma quasi mai sotto la luce dei riflettori. Dopo la sua prima vittoria nel 2022 al Valero Texas Open, la sua carriera era entrata in una fase calante, fatta di tagli mancati, swing smarriti e una fiducia che faticava a ritrovare stabilità. Prima del 2025, in tredici anni di professionismo, Spaun era riuscito a qualificarsi per l’U.S. Open una sola volta in tutta la sua vita. Eppure, il 2025 aveva iniziato a mandare segnali strani: ottimi piazzamenti nei primi mesi, un secondo posto amaro al The Players perso solo al playoff contro McIlroy. La forma c’era, ma un Major sembrava un pianeta troppo lontano. Domenica 15 giugno 2025, a Oakmont, è andato in scena un dramma shakespeariano. Sotto una pioggia battente che ha reso il campo un inferno viscido, Spaun è partito con un solo colpo di svantaggio, ma l'inizio della sua domenica è stato un incubo: cinque bogey nelle prime sei buche. Un parziale di 40 colpi sulle prime nove che avrebbe affondato chiunque. A quel punto, una sospensione per pioggia di oltre un'ora e mezza ha resettato tutto. Al rientro in campo, è iniziato un altro torneo. Mentre i big come Scheffler e Rahm scivolavano indietro, Spaun ha iniziato a scalare la montagna: quattro birdie fondamentali sulle seconde nove e una magia d'antologia al par 4 della buca 17. Con un driver spregiudicato direttamente in green su una buca da 287 metri, J.J. ha timbrato il birdie del sorpasso. Alla 18, sotto gli occhi del norvegese Viktor Hovland e con il fiato sul collo dello scozzese Robert MacIntyre, ha infilato il putt più lungo e pesante della sua vita. Il verdetto finale ha rasentato l'assurdo: Spaun ha vinto con un punteggio totale di 279 colpi, ovvero -1 sul par. In un'epoca di bombardieri che chiudono i tornei a -20, J.J. Spaun è stato l’unico giocatore in tutto il field a terminare il torneo sotto par. Dal 2003 non si vedeva un giocatore vincere un Major dopo aver girato in 40 colpi nelle prime nove dell'ultimo round. Una vittoria di pura pancia, fango e determinazione. Oggi puoi giocare tutti i Major insieme a noi di Tee Up e vivere le emozioni dei grandi campioni. Scegli la modalità a te più funzionale. Ti aspettiamo!
C'è un motivo se l’U.S. Open è soprannominato "Il test più duro del golf". Non è solo una questione di unghezza dei percorsi o di fairway stretti come corridoi; è una pressione psicologica che logora anche i campioni più algidi. Vincere questo Major non significa semplicemente giocare bene a golf, significa opravvivere. L’edizione del 2025, andata in scena sull'iconico e proibitivo percorso dell'Oakmont Country Club in Pennsylvania, ha condensato in quattro giorni tutta l’essenza di questo torneo: una sofferenza infinita, i favoriti crollati uno dopo l'altro e, alla fine, la redenzione inaspettata di un outsider. Per capire l'impresa firmata da J.J. Spaun, bisogna però fare un passo indietro e immergersi nella storia di un torneo che, dal 1895, plasma la leggenda di questo sport. Un secolo di gloria e fango: la storia del Major democratico Nato come un evento quasi di contorno a un torneo amatoriale sul percorso a nove buche del Newport Golf Club, l’U.S. Open ha impiegato pochissimo tempo a diventare un gigante. Se il Masters è l'esclusività e 'Open Championship è la tradizione scozzese, l’U.S. Open è lo specchio dell'anima americana: duro, meritocratico e, soprattutto, democratico. Sì, perché a differenza di altri Major, l’U.S. Open è davvero "aperto". Chiunque abbia un handicap inferiore a 1.4 può sognare, iscrivendosi alle massime qualificazioni locali e regionali per guadagnarsi un posto sul tee della buca 1 insieme a Scottie Scheffler o Rory McIlroy. Una transizione che negli anni ha regalato storie leggendarie, come l’incredibile vittoria dell’amatore Francis Ouimet nel 1913, che cambiò per sempre la percezione del golf negli Stati Uniti. Nel corso dei decenni, la USGA (United States Golf Association) ha affinato una precisa filosofia per questo torneo: il par deve essere protetto a ogni costo. Green duri come il cemento, rough alti e fitti in cui e palline svaniscono, posizioni delle bandiere ai limiti della fisica. Campioni leggendari come Ben Hogan, Bobby Jones, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno cementato i propri miti vincendo questo trofeo (tutti e quattro condividono il record di 4 vittorie), dimostrando che per sollevare il U.S. Open Trophy serve prima di tutto una resilienza d'acciaio. Il miracolo di Oakmont: la redenzione di J.J. Spaun Ed è proprio la resilienza la chiave per decifrare il trionfo del 2025. Quando il field è arrivato a Oakmont, tutti sapevano che sarebbe stata una carneficina sportiva. Ma nessuno avrebbe scommesso un solo dollaro su John Michael "J.J." Spaun Jr. A 34 anni, il californiano di Los Angeles era il classico giocatore di scuderia del PGA Tour: solido, rispettato, ma quasi mai sotto la luce dei riflettori. Dopo la sua prima vittoria nel 2022 al Valero Texas Open, la sua carriera era entrata in una fase calante, fatta di tagli mancati, swing smarriti e una fiducia che faticava a ritrovare stabilità. Prima del 2025, in tredici anni di professionismo, Spaun era riuscito a qualificarsi per l’U.S. Open una sola volta in tutta la sua vita. Eppure, il 2025 aveva iniziato a mandare segnali strani: ottimi piazzamenti nei primi mesi, un secondo posto amaro al The Players perso solo al playoff contro McIlroy. La forma c’era, ma un Major sembrava un pianeta troppo lontano. Domenica 15 giugno 2025, a Oakmont, è andato in scena un dramma shakespeariano. Sotto una pioggia battente che ha reso il campo un inferno viscido, Spaun è partito con un solo colpo di svantaggio, ma l'inizio della sua domenica è stato un incubo: cinque bogey nelle prime sei buche. Un parziale di 40 colpi sulle prime nove che avrebbe affondato chiunque. A quel punto, una sospensione per pioggia di oltre un'ora e mezza ha resettato tutto. Al rientro in campo, è iniziato un altro torneo. Mentre i big come Scheffler e Rahm scivolavano indietro, Spaun ha iniziato a scalare la montagna: quattro birdie fondamentali sulle seconde nove e una magia d'antologia al par 4 della buca 17. Con un driver spregiudicato direttamente in green su una buca da 287 metri, J.J. ha timbrato il birdie del sorpasso. Alla 18, sotto gli occhi del norvegese Viktor Hovland e con il fiato sul collo dello scozzese Robert MacIntyre, ha infilato il putt più lungo e pesante della sua vita. Il verdetto finale ha rasentato l'assurdo: Spaun ha vinto con un punteggio totale di 279 colpi, ovvero -1 sul par. In un'epoca di bombardieri che chiudono i tornei a -20, J.J. Spaun è stato l’unico giocatore in tutto il field a terminare il torneo sotto par. Dal 2003 non si vedeva un giocatore vincere un Major dopo aver girato in 40 colpi nelle prime nove dell'ultimo round. Una vittoria di pura pancia, fango e determinazione. Oggi puoi giocare tutti i Major insieme a noi di Tee Up e vivere le emozioni dei grandi campioni. Scegli la modalità a te più funzionale. Ti aspettiamo!
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